Da una ricerca de Il Sole 24 Ore:I
peggiori boss al mondo i "worst boss."
In cima a tutti proprio lui: Jeff Bezos. Il patron di Amazon, alla testa di un impero da più di 74 miliardi di
dollari di fatturato nel solo 2013, è noto da anni per le condizioni di lavoro
non proprio idilliache del suo gigante e-commerce. Nel 2000 fa infuriare
lavoratori e opinione pubblica degli States con una specie di opuscolo
anti-sindacati, pubblicato sul sito aziendale e raccomandato a tutti i manager
che "temevano" dissensi interni alla società. Nel 2008 salda i
dipendenti di Regno Unito e Francia nella protesta contro i ritmi imposti nei
suoi magazzini, dal lavoro nei giorni festivi a tabelle di marcia sopra la
media. Nel 2013 fa parlare di sé in Germania con l'accusa di «trattare i suoi
dipendenti come robot» e di «operare con disprezzo per la dignità e i diritti
dei lavoratori»: tratte a piedi di 24 chilometri al giorno, ambulanze già
appostate fuori dai cancelli in previsione di infortuni o mancamenti,
agitazioni per salari migliori... Se si aggiunge la tattica di elusione attuata
con la sua sede europea in Lussemburgo, non stupisce che Bezos sia dipinto
dall'Ituc come la «rappresentazione dell'inumanità che stanno promuovendo
alcune grosse compagnie americane» ;
Su Rupert Murdoch, padre del colosso News Corporation e 91esimo uomo più ricco al mondo
nella classifica Forbes, pesa la fama «manipolatrice» che gli è stata contestata
in più di 50 anni di carriera. Il cosiddetto tabloidgate, lo scandalo delle
intercettazioni esploso a Londra nel 2011, ha imbarazzato il premier David
Cameron e scoperchiato un reticolo di abusi e contatti che ben poco sembrava
spartire con il pluralismo garantito;
Qatar Airways, compagnia di bandiera del regno
omonimo e sponsor del Barcelona dal 2013, si è guadagnata la fama e (e il
rating) di «società a cinque stelle» tra i voli internazionali. Il suo crocevia
di linee, smistato dallo scalo Doha, dà lavoro a non meno di 14mila dipendenti
diretti e 6mila professionisti generati da indotto e controllate. Ma quantità e
qualità contrattuale non sembrano andare di pari passo, se è vero che i
sindacati di categoria come l'International Transport Workers' Federation (Itf)
accusano l'ad Akbar al Baker di «flagranti
abusi» sui diritti minimi del suo organico.
Secondo l'Ituc, la bolla che ha fatto esplodere più
di un rapporto aziendale trova il suo "modello" in Douglas Mc Millon, Ceo e presidente dell'impero del
retail Wal-Mart. Mentre il grosso dei suoi dipendenti viaggia a meno di 25mila
dollari l'anno e fa parlare di sé per l'organizzazione di collette alimentari
contro il caro-spese , McMillon ha preservato uno stipendio da 9,5 milioni di
dollari.
Bagno di dissensi anche per Jamie Dimon,
Ceo al timone di Jp Morgan. In quello che i media
americani definiscono il «peggior anno della sua era», il 2013, Dimon ha
incassato un compenso da 20 milioni di dollari: 8,5 in più rispetto agli 11,5
del 2012, con un pacchetto retributivo che include uno stipendio di partenza da
1,5 milioni di dollari e ben 18,5 milioni di Rsu.
Anche il resto della "top of the worst"
oscilla tra banche e colossi industriali. Lloyd
Blankfmen non è riuscito ad arrotondare gli utili di Goldman Sachs, ma
ha comunque chiuso il 2013 con un segno più: il suo compenso, pari a 23 milioni
di dollari tra stipendio e bonus vari.
Charles Koch, ereditiere e Ceo del conglomerato industriale che porta il suo
cognome (Koch Industries), ha devoluto parte di un patrimonio da quasi 41
miliardi di dollari in super donazioni ai Tea Party. Tanto che Robert Reich,
professore di Berkeley e segretario del lavoro nell'era Clinton, ha sollevato
una petizione popolare contro una pratica che potrebbe «minare e corrompere la
democrazia» negli anni dei ricatti di timbro populista alla vecchia guardia del
partito repubblicano e all'amministrazione Obama.
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