Le Guerre appaiono inevitabili: lo appaiono sempre quando per anni non si fa nulla per evitarle.

domenica 1 giugno 2014

THE TOP OF THE WORST



Da una ricerca de Il Sole 24 Ore:I peggiori boss al mondo i "worst boss." 
In cima a tutti proprio lui: Jeff Bezos. Il patron di Amazon, alla testa di un impero da più di 74 miliardi di dollari di fatturato nel solo 2013, è noto da anni per le condizioni di lavoro non proprio idilliache del suo gigante e-commerce. Nel 2000 fa infuriare lavoratori e opinione pubblica degli States con una specie di opuscolo anti-sindacati, pubblicato sul sito aziendale e raccomandato a tutti i manager che "temevano" dissensi interni alla società. Nel 2008 salda i dipendenti di Regno Unito e Francia nella protesta contro i ritmi imposti nei suoi magazzini, dal lavoro nei giorni festivi a tabelle di marcia sopra la media. Nel 2013 fa parlare di sé in Germania con l'accusa di «trattare i suoi dipendenti come robot» e di «operare con disprezzo per la dignità e i diritti dei lavoratori»: tratte a piedi di 24 chilometri al giorno, ambulanze già appostate fuori dai cancelli in previsione di infortuni o mancamenti, agitazioni per salari migliori... Se si aggiunge la tattica di elusione attuata con la sua sede europea in Lussemburgo, non stupisce che Bezos sia dipinto dall'Ituc come la «rappresentazione dell'inumanità che stanno promuovendo alcune grosse compagnie americane» ;
Su Rupert Murdoch, padre del colosso News Corporation e 91esimo uomo più ricco al mondo nella classifica Forbes, pesa la fama «manipolatrice» che gli è stata contestata in più di 50 anni di carriera. Il cosiddetto tabloidgate, lo scandalo delle intercettazioni esploso a Londra nel 2011, ha imbarazzato il premier David Cameron e scoperchiato un reticolo di abusi e contatti che ben poco sembrava spartire con il pluralismo garantito;
Qatar Airways, compagnia di bandiera del regno omonimo e sponsor del Barcelona dal 2013, si è guadagnata la fama e (e il rating) di «società a cinque stelle» tra i voli internazionali. Il suo crocevia di linee, smistato dallo scalo Doha, dà lavoro a non meno di 14mila dipendenti diretti e 6mila professionisti generati da indotto e controllate. Ma quantità e qualità contrattuale non sembrano andare di pari passo, se è vero che i sindacati di categoria come l'International Transport Workers' Federation (Itf) accusano l'ad Akbar al Baker di «flagranti abusi» sui diritti minimi del suo organico. 
Secondo l'Ituc, la bolla che ha fatto esplodere più di un rapporto aziendale trova il suo "modello" in Douglas Mc Millon, Ceo e presidente dell'impero del retail Wal-Mart. Mentre il grosso dei suoi dipendenti viaggia a meno di 25mila dollari l'anno e fa parlare di sé per l'organizzazione di collette alimentari contro il caro-spese , McMillon ha preservato uno stipendio da 9,5 milioni di dollari. 
Bagno di dissensi anche per Jamie Dimon, Ceo al timone di Jp Morgan. In quello che i media americani definiscono il «peggior anno della sua era», il 2013, Dimon ha incassato un compenso da 20 milioni di dollari: 8,5 in più rispetto agli 11,5 del 2012, con un pacchetto retributivo che include uno stipendio di partenza da 1,5 milioni di dollari e ben 18,5 milioni di Rsu.
Anche il resto della "top of the worst" oscilla tra banche e colossi industriali. Lloyd Blankfmen non è riuscito ad arrotondare gli utili di Goldman Sachs, ma ha comunque chiuso il 2013 con un segno più: il suo compenso, pari a 23 milioni di dollari tra stipendio e bonus vari.
Charles Koch, ereditiere e Ceo del conglomerato industriale che porta il suo cognome (Koch Industries), ha devoluto parte di un patrimonio da quasi 41 miliardi di dollari in super donazioni ai Tea Party. Tanto che Robert Reich, professore di Berkeley e segretario del lavoro nell'era Clinton, ha sollevato una petizione popolare contro una pratica che potrebbe «minare e corrompere la democrazia» negli anni dei ricatti di timbro populista alla vecchia guardia del partito repubblicano e all'amministrazione Obama. 

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